Il cibo crea dipendenza come una droga
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Uno studio recente identifica, nelle persone con disturbi alimentari, una iperattività delle aree del cervello legate alla dipendenza.
Un terzo degli americani adulti è obeso. E normalmente le diete dimagranti non hanno un effetto duraturo, dal momento che mediamente entro 5 anni il peso perduto viene recuperato e le cattive abitudini ancor prima.
Partendo dall’osservazione di questo meccanismo, dalle caratteristiche facilmente associabili ai disturbi da dipendenza da sostanze, i ricercatori della Yale University, New Haven, Connecticut, hanno esaminato la relazione tra dipendenza da cibo e attività neuronale, misurata tramite apparecchiature di risonanza magnetica.
In particolare il loro lavoro si è concentrato sull’analizzare l’attività cerebrale di un individuo quando sottoposto a stimoli dell’appetito, per esempio suggerendo al soggetto l’imminente somministrazione di bevanda al cioccolato, e utilizzando una bevanda dal sapore neutro come test di controllo.
I soggetti dello studio sono stati 48 giovani donne, la cui forma fisica variava dal magro all’obeso, selezionate da programmi di dimagrimento e mantenimento del peso forma.
Tutti i soggetti sono stati sottoposti ad un test psicologico preliminare standardizzato, basato su domande scritte, che ha lo scopo di determinare il livello di dipendenza psicologica dal cibo e segnalare preventivamente i disturbi del comportamento alimentare quali la bulimia, l’anoressia e altre turbe di tipo compulsivo.
I ricercatori hanno evidenziato che le persone che ottengono un punteggio elevato nel test, ed hanno quindi una dipendenza dal cibo anomala, mostrano una iper-attività neuronale in diverse aree della corteccia cerebrale frontale, nella fase che anticipa l’assunzione del cibo stesso, mentre parallelamente mostrano un’anomala riduzione dell’attivazione di altre aree della corteccia laterale durante la fase di ingerimento effettivo di cibi particolarmente appetibili.
In pratica, chi risulta psicologicamente più attratto dal cibo, tende ad attivare maggiormente le aree del cervello che governano la sensazione di piacere e appagamento in risposta agli stimoli dei cibi più gustosi, generando successivamente, una abnorme tensione nell’attesa di nuovo cibo, analogamente a quanto avviene nelle tossicodipendenze.
Per quanto possano sembrare risultati scontati, si tratta del primo studio scientifico che evidenzia un collegamento certo tra determinate attitudini di comportamento, riferibili alla psicologia e al comportamento dell’individuo e l’attivazione di aree neuronali definite, già conosciute per essere chiamate in causa nelle tossicodipendenze, dimostrando quindi una volta di più una relazione mente-corpo.
Viene inoltre sottolineato che tanto più un cibo è appetitoso e stimolante, tanto maggiore è la dipendenza in grado di attivare nell’individuo.
E tanto più un cibo è appagante, tanto più diventa difficile rinunciarvi in futuro.
Un monito ulteriore, se fosse necessario, contro il dilagare del cibo spazzatura dei fast food.
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